Pochi giorni fa ho appreso, come molti di voi, la notizia del licenziamento del noto giornalista Emilio Fede. Mi è parsa una sorta di fulmine a ciel sereno, una rocambolesca eventualità che mai avevo realmente preso in seria considerazione, in virtù del lavoro supinamente svolto dal direttore in questi anni. Ma, in tutta franchezza, forse non avrei dovuto sorprendermi poi così tanto. Del resto, il giornalista siciliano ha rappresentato una sorta di corollario del teorema berlusconiano. Per cui, essendosi definitivamente conclusa la lunga stagione di Silvio, l'uscita di scena di Emilio si esplica come una logica e scontata conseguenza di quanto avvenuto lo scorso autunno.
Prescindendo, poi, dalle concrete modalità attraverso le quali la cessazione del rapporto con Mediaset si è enucleata, vorrei soffermarmi, seppur in modo conciso, sul ruolo esercitato dal giornalista nella nomenclatura berlusconiana e su come, un giorno, questa dovesse essere percepita dai posteri, che a distanza di molto tempo si accingeranno ad analizzarne le peculiarità più connotanti. Riesco, quindi, solo ad immaginare come possa rimanere esterrefatto lo studioso del futuro al cospetto dei turpi meandri del berlusconismo e della “personalità strutturata” dell'artefice del “secondo ventennio”. Non escluderei, allora, che l'uomo di Arcore venga un giorno ad essere accostato a taluni principi rinascimentali tutt'altro che machiavellici.
Con i suddetti, infatti, egli ha condiviso l'autoreferenzialità, gli eccessi e, ovviamente, la lunga fila di pedanti sudditi idolatranti. Questi ultimi, quindi, potrebbero apparire come i membri di una estesa corte gentilizia cinquecentesca. Del resto, nei castelli di Silvio hanno trovato comoda accoglienza giullari, menestrelli e dame da compagnia. Insomma, nei palazzi del re del biscione, dietro ad una ostentata parvenza di sani principi e rispettabilità, si sono annidati deplorevoli costumi e orientaleggianti postriboli, un po' come ai tempi del papato di Alessandro Borgia.
Di certo, tra la lunga schiera di servitori un giorno non potrà non emergere la curiosa figura di Emilio Fede, uno dei cortigiani più in vista in questi ultimi due decenni nella satrapia berlusconiana.
In tutta franchezza, mi sono spesso chiesto come quest'uomo abbia potuto identificarsi così tanto nel suo leader da rinunciare sin anche alla propria personalità. La discutibile conduzione del Tg, nonché l'atteggiarsi deplorevole e fazioso, gli hanno attirato una valanga di critiche e la disistima dei colleghi. Ciò nonostante, e questo bisogna riconoscerglielo, egli ha continuato imperterrito a professare questa sorta di personale culto religioso, al punto tale da condividere con Silvio il coinvolgimento nel Ruby Gate e il suo repentino ecclissarsi nell'attuale scenario politico. Dunque, comprederete come vi sia un non so che di ingrato in questo licenziamento, propinato senza troppi complimenti dagli stessi soggetti che per anni si sono avvalsi consapevolmente dei suoi squallidi servigi. Evidentemente, questi ultimi sono apparsi non più confacenti alle nuove linee guida del Pdl, meno esorbitanti e più dimesse rispetto al passato. Per cui, disfarsi dell'ingombrante direttore è risultato conveniente alla luce del mutato assetto parlamentare determinatosi negli ultimi mesi.
Fedele fino all'ultimo, tuttavia, non credo proprio che il sollevamento dall'incarico possa ingenerare in Emilio un improbabile ripensamento o un iperbolico slancio d'orgoglio. Forse gli potrebbe restare solo un pizzico di amaro in bocca per l'essere stato sedotto e abbandonato da Mediaset, ma non penso che una simile eventualità possa destare una qualche forma di interesse nella pubblica opinione.
Quanto agli spettatori ritengo che essi presto scorderanno quest'inattesa vicenda. Magari l'omologata platea televisiva rimpiangerà alcune genuine sfuriate fuori onda o certi cruenti scontri con il famigerato disturbatore Gabriele Paolini; ma, in tutta sincerità, suppongo che essi conserveranno soltanto il pallido ricordo della grottesca abnegazione di un giornalista rispetto al principale protagonista della cosiddetta Seconda Repubblica.
Giuseppe Andrea Rapisarda
Aggiungi commento